mostra fotografica LA MARCIA DELLA PACE DI COMISO / 1981




COMISO - Una bambina bruna, sulle spalle del padre, agita il ramoscello d'ulivo. Migliaia di altri l'ulivo l'hanno messo all'occhiello, tra le falde del cappello, in cima alle bandiere. Bandiere rosse dei comunisti, bandiere bianche dei cattolici delle Acli, bandiere verdi dei movimenti ecologici. Sarà certo per caso, ma la risultante è il tricolore. E così, quando le bande musicali dei paesi di Scicli e San Cono, in testa al corteo, intonano l'inno d'Italia, e le majorette fanno volare per aria le loro mazze, tra la folla stretta ai margini dellastrada e sui balconi scoppia un applauso che durerà momenti lunghissimi. Il corteo si avvia verso il cuore del paese, piazza Fonte Diana. E' proprio lì entra la gente di Sicilia, 25-30 mila persone, tutte raccolte in questo angolo estremo orientale dell'isola in nome del messaggio di pace.

Le previsioni della vigilia parlavano della "marcia dei ventimila": un"invasione pacifica" per scongiurare l'altra, ben più pesante e pericolosa "invasione" dei missili Cruise e dei soldati americani. I fatti hanno smentito quelle previsioni (25-30 mila, come dicevamo, i partecipanti).

[...] Nella piazza barocca, al tramonto, c'è un mare di gente, raccolta su, su fino alle strade che salgono come i gradoni di un anfiteatro. Dal palco, parlano il presidente del comitato unitario per la pace Giacomo Cagnes, la dirigente del partito laburista Di Gran Bretagna, Audry Wise, e il segretario delle Acli siciliane, Ninne Guccione. Intorno a loro, dirigenti del Pci (Pio La Torre, Emanuele Macaluso, altri ancora), del Pdup (Luciana Castellina), del Psi (Alberto Benzoni), il deputato regionale democristiano Angelo Capitummino, deputati della "sinistra indipendente". E la gente - appassionata e inquieta - reagisce, si agita, fischia e applaude.

[...] La marcia comincia all'inizio del pomeriggio. Oltre 200 pullman e un migliaio di macchine, da tutta la Sicilia, da Reggio Calabria, da Roma, dalla Sardegna, dall'Umbria, portano migliaia e migliaia di persone nella valle dell'Ippari, tra Vittoria e Comiso. Proprio lì nel cuore della valle c'è l'aeroporto militare Magliocco, destinato a sede dei missili Cruise. E proprio da lì, in una giornata rigida e ventosa, parte il lungo corteo della pace.

Sul cartello di ingresso dell'aeroporto un ramoscello d'ulivo. E lì, a due passi, sul prato bianco di fiori d'autunno, due ragazzi si baciano. Anche la loro è una sfida alla pace.

Il corteo si snoda lento, tra i muri a secco che costeggiano il viottolo di campagna, verso la strada cha dall'aeroporto Magliocco va al paese. Vecchi braccianti camminano ai bordi dei campi già arati - le antiche bandiere dal rosso un po' stinto, tra le mani. E, accanto a loro, gli operai del cantiere navale di Palermo, le donne di Comiso (con i vestiti buoni, proprio quelli della festa) e i ragazzi di Sciacca.

Ci sono i radicali in corteo, Democrazia Proletaria. Il Pdup. Le sezioni comuniste da tutta la Sicilia. Gli uomini del "Movimento federalista europeo" e delle cooperative agricole che hanno fatto ricca questa terra. I "cristiani per la pace". E tanti altri ancora, senza bandiere, senza striscioni di partito, ma con quelli colorati che chiedono soltanto pace. Vigili urbani reggono i gonfaloni di parecchi municipi siciliani. E, dopo di loro, moltissima gente comune, giovani coppie, madri con i bambini per mano. Gente senza militanza di partito, "senza tessera" se non quella della voglia di testimoniare contro il riarmo.

La manifestazione è davvero vivace, unitaria. "La pace non ha confini, non ha bandiere", grida uno slogan. Dal corteo manca soltanto un pezzetto di quello che, fino a pochi anni fa, era il "Movimento del '77" che (tre, quattrocento persone arrivate a Comiso un pò da tutta Italia), ha preferito rimanere chiuso, tutto il giorno, tra le mura di un cinema a distinguersi e precisare che "la pace è un concetto borghese".

Mentre il corteo entra in paese, dieci giovani di Comiso alzano su, alto, un grande striscione: "Comiso non vuol diventare l'Hiroshima di domani".

Antonio Calabrò

Dal giornale PAESE SERA del 12 ottobre 1981


 © massimo assenza riproduzione vietata