massimo assenza/fotografie

eventi/presentazione libro LA LUCE NEL CASSETTO   di Massimo Assenza 

Prefazione di Grazia Dormiente

Ciò che la fotografia riproduce all’infinito

ha avuto luogo una volta sola,essa ripete

meccanicamenteciò che non potrà mai più

ripetersi esistenzialmente.

(Roland Barthes - La Camera Chiara)

  Breviario di formazione

I diari di Massimo Assenza ci fanno comprendere come scrittura e fotografia siano due facce di un geniale bisogno di raccontare i suoi giovanili anni e il legame di sangue con la sua famiglia e con la sua Pozzallo, mutata nel tempo e purtroppo defraudata della sua solare identità.

Così sui suoi fogli scorrono simili ad un breviario  le note antropologiche di rituali e tradizioni da immortalare unitamente alle abitudini degli anni sessanta del Novecento quando la città del mare ospitava estive compagnie sonore e balli nella sua Villa Comunale e ancora puntava con l’indimenticato Meno Assenza alla ribalta teatrale dei bambini in maschera senza dimenticare che sarebbe stata la sua amata Clara ad assicurare la continuità artistica e fotografica degli Assenza,capaci di narrare le pose sociali della comunità iblea anche con la genialità dei fotografi e decoratori come i fratelli Giorgio e Antonino Assenza.

Massimo, affascina con il corsivo estratto dai suoi diari, narranti la scelta educativa e formativa della madre Clara che guida lui e il fratello Ninì ad apprendere i segreti della magia fotografica.

In terra iblea Clara Grispo è la prima donna fotografa che, come anello di congiunzione dopo la prematura morte del suo Meno, ritrovandosi con due figli piccoli e con la terzogenita ancora in viaggio, non si scoraggia, anzi, intraprende con determinazione e fermezza, squisitamente femminili, l'attività fotografica sotto la guida premurosa del suocero don Ninì e dei suoi cognati, fotografi in Roma, assicurando così la continuità di professione e di creatività.

Intensa si rivela la mia adesione ai fotografi Assenza, poiché nel periodo delle vacanze estive sostavo nella spiaggia di Raganzino e mi divertivo a fotografare con una Comet, affidando poi allo studio fotografico di Via Solferino lo sviluppo del rullino. Il lido Caruso e i giocosi tamburelli permangono cristallizzati nei miei ricordi.

Ma è l’incontro avuto con la fotografa Clara nello studio di via Magenta, allorché la città del mare mi ha adottato negli anni ‘80 del Novecento, a regalarmi il suo indimenticato sorriso di amica leale e sincera. Alla sua fotografia posta sul bancone d’ingresso dello studio fotografico rivolgo il mio sguardo come ruolo fondamentale della memoria, di cui l’articolato testo di Massimo trabocca per combattere la damnatio memoriae che ha travolto luoghi ed ha annullato i percorsi storici della città mediterranea.

Nota critica  di  NICOLA COLOMBO


  Buonasera a tutte e a tutti.
A noi tocca il gradito compito di esprimere con questa nota alcune considerazioni attorno a “ La luce nel cassetto” che ci consegna un Massimo Assenza inedito per come intere generazioni di concittadini lo hanno conosciuto e lo conoscono. 
Un autore destinato (e per noi sorpresa non è) ad essere annoverato come scrittore importante di questa nostra comunità fervida, sia nel passato che nel presente, di una produzione letteraria degna di questo nome.

  Così i seguenti spunti di riflessione, che colgono molto parzialmente le variegate scansioni del libro, intersecano considerazioni per così dire estetiche con considerazioni più strettamente letterarie, a partire dal titolo.
Un titolo che all'istante richiama l'emersione dallo scrigno delle ricordanze e dei memorizzi situazioni oserei irripetibili, trattandosi di fatti ed accadimenti che riguardano la vita stessa di Massimo e del mondo (familiare, scolastico e non, professionale) che attorno gli ruota.

  Premetto che la lettura, soffice e scorrevolissima epperò di notevole pregio stilistico, di uno stile elegante e raffinato, già dalle prime battute coinvolge il lettore come si questi si sentisse trasportato sulle ali di un tappeto volante per un lungo viaggio di emozioni, nemmeno fosse una storia da Mille e una notte.
A partire, sottolineo, da quel frontespizio , così caro a Massimo. Vale a dire: “ Anche se non ho fatto un capolavoro ho avuto il piacere di avere fatto delle fotografie”.

  L'annotazione datata 9 dicembre 1964 (cadeva di mercoledì) ci catapulta immediatamente a quel diario, o per meglio dire a quei diari, miracolosamente emersi dall'oblio e dalla dimenticanza di un allora appena adolescente Massimo Assenza.
Lui, studente di media inferiore, si mostra puntigliosamente rigoroso nel dare credito ai docenti di Lettere che nel triennio esortano lui e l'intera classe a tenere un diario personale finalizzato a consegnare a futura memoria emozioni, situazioni, accadimenti, osservazioni di quel mondo, di quel tempo, di quella età.

  È la bellezza della riscoperta di un tempo creduto perduto ( ma che in effetti perduto non è mai stato) quando per caso torna a riproporsi, come se quegli scatoloni dove i quaderni/diario giacciono da decenni, fossero la classica lampada di Aladino, il Genio pronto ad esaudire il bisogno di riportarli alla luce, farli rivivere, consegnarli al legittimo proprietario ed autore, appunto il lucore che emerge dal cassetto.

  Per un attimo, avendo per le mani il libro, ho pensato a Gesualdo Bufalino che, sulle reiterate sollecitazioni di Leonardo Sciascia, solo in età avanzata ebbe la forza di aprire il suo ricchissimo cassetto dando luce a quel capolavoro che risulterà appena pubblicato, La diceria dell'untore.
Tuttavia è stato, come dicevo, un attimo, in quanto quello immediatamente successivo quel genere di ritrovamento mi ha riportato alla mente La Mistertiosa Fiamma della Regina Loana, il 5° romanzo di Umberto Eco.
Parimenti al protagonista Giambattista Bodoni, inteso Yambo, che tornato alla sua casa d'infanzia per ritrovare ricordi dispersi riscopre vecchi quaderni, Massimo Assenza ritrova in quei diari che freneticamente rilegge spicchi e specchi importanti della sua età adolescenziale, per ognuno decisiva per divenire “uomini fatti”, come una volta si diceva.

  Non che di quegli anni di formazione lui non avesse conservato memoria, e men che mai rinnegandoli. Epperò ora con il prezioso materiale documentario ritrovato può dire di avere un motivo in più per consegnarlo ai suoi cari e all'intera comunità.

  E lo fa decidendosi con una operazione letteraria importante che da neo-autore gli riesce alla grande e che gli riconosciamo.
Decide infatti per una opzione che sovrappone date e appunti desunti dai quaderni/diario riportati alla luce a momenti della realtà quotidiana, del suo oggi.
Così la penna di ieri che incide su quella pagina di quaderno a righe, ora diventa il ritmo del battere sulla tastiera mettendo in relazione il passato e il presente, ciò che pensò e scrisse allora e quanto ora si sente di dire a se stesso e al lettore.

  Nell'alternarsi di pagine di diario e scrittura dell'oggi, Massimo Assenza ci riconduce a disturbare ancora Umberto Eco.
Ne Il Cimitero di Praga, il protagonista, un falsario di professione, Simone Simoncini, appunta su un diario gli eventi della sua esistenza per poter assicurare nelle pagine quella memoria che teme di perdere. Tuttavia ogni pagina è stravolta dalla misteriosa intromissione di un abate con il risultato di farlo disorientare, non sapendo a un certo punto quello che lui scrive e quello che l'altro gli fa credere di aver scritto di proprio pugno.
Ma al contrario della vicenda narrata da Umberto Eco, Massimo Assenza non teme il disorientamento tra ciò che riscopre nei diari e quanto nella realtà si ritrova ad essere.
La sua non sarà mai memoria episodica e men che mai memoria perduta o rinnegata!

  E allora ecco ciò che Massimo con questa sua opera prima, ma in sé già corposa e compiuta, ci dona.
Conosciamo gli Assenza ritrattisti da generazioni, operatori a cavallo di ben tre secoli, e di sicuro per tale ragione piacevolmente definiti gli Alinari della Contea.
Fra essi ovviamente Massimo, al pari del fratello Ninì, dei genitori Meno e Clara, di don Ninì, e non andiamo oltre...
Della loro arte fotografica se ne è scritto e parlato, dandone atto per prima alla professoressa Grazia Dormiente. Pensiamo dunque che null'altro siamo obbligati a dire a tal proposito.

  Ciò che invece ci preme sottolineare qui (visto che del libro scritto da un artista della fotografia dobbiamo parlare) è il fatto che il testo letterario ci riconsegna quanto da tanti, io fra questi, approfondito,
Vale a dire l'intrinseca e naturale compenetrazione della scrittura con l'arte in generale e con la fotografia in particolare.

  Il linguaggio verbale dello scrittore così come l'immagine per comunicare del fotografo (potremmo anche asserire il colore e la forma per il pittore) , risultano essere un tutt'uno quando entrambi si armonizzano riuscendo a dare forza spessore e valore alla comunicazione sia visiva del ritratto e sia letteraria del libro.
Ecco, dunque: precisamente a Massimo Assenza questa operazione riesce alla perfezione, risultando un unicum il Massimo fotografo finora conosciuto e il Massimo scrittore che ci abitueremo a conoscere a partire da La Luce nel Cassetto.
Lo scatto e il clic della macchina fotografica in lui mai saranno scissi dalle pagine scritte destinate alla pubblicazione!

  Per non intaccare il piacere della lettura da parte di chi il libro lo avrà, non ci soffermeremo sui tanti risvolti, (spesso inediti anche per coloro i quali più vicini a Massimo e agli Assenza sono stati), che le varie scansioni del libro offrono a partire dai diari ritrovati e dunque materialmente palpabili (il Massimo Assenza studente di scuola Media) e quello non scritto ma presente e vivido nella memoria che è il diario dei ricordi della frequentazione della Scuola d'Arte a Siracusa (anche quelle pagine di memoria sono diari appuntati come spilli nelle ricordanze...).

  Tuttavia siamo obbligati, in conclusione, di non poter fare a meno di soffermarci a quel mondo magico e immaginifico rappresentato dal palazzetto di via Solferino, 89, angolo Boccaccio, via del Pozzo.
Lì tutto ha inizio e tutto è destinato a finire, secondo Massimo (alla fine si capirà il perché invece per noi che così non è e non sarà).

  Allora è come se con mano Massimo conduca se stesso (e ognuno di noi, nel leggerne le pagine) a calpestare quegli scalini, a intrufolarsi in quelle stanze lucenti o oscure, a osservare stupito ogni addobbo scenografico, tendaggi o camini disegnati, ad abituarsi al caleidoscopico gioco di luci fulgide e umbratili oscurità, ad inebriarsi di quegli odori e profumi, ad abituarsi con pudore a maneggiare attrezzature, pellicole, reagenti...
E ancora: l'insegna luminosa, il metallico rumore della saracinesca, le rampe di scale, quella che portava al piano superiore e quella che conduceva nel basso... E poi il terzo livello della costruzione, il terrazzino da dove si poteva squadrare un orizzonte marino che induceva a partenze se non reali, di sogni come desideri appagati, il pergolato pretenzioso come radica di muro...

  All'inizio è un incedere veloce, curioso, svelto, giocondo, sbarazzino. È il passo del ragazzino che si farà, perché nutre la fretta di farsi e andare dove il destino segnato, lui a conoscerne per istinto la direzione... da artista fotografo affermato.

  L'incedere veloce del fanciullo/adolescente delle primissime pagine dell'opera, ora diventa pesante, si fa timoroso quasi, dando l'idea che tempo ne è passato e che l'età adulta non era il desiderato ma il conquistato.
Come se ogni scalpiccio non volesse offendere il silenzio che regna sovrano, il tempo rimasto in posa decidendosi di non trascorrere, le muffe ostili, le pareti disadorne e senza distrazioni alle pareti, le scenografie che hanno perduto colori e vitalità..., cornici cieche di volti o paesaggi...

  Una fitta al cuore, per non dire lacrime amare, struggimento pesante, insopportabile, quasi a voler dire che no, no, e ancora no quel mondo non può andare a rotoli, epperò è ineludibile il fatto, o il misfatto che possa definirsi...
“ Confesso che nei confronti di quella scala (del terrazzino) ho a lungo avvertito come un debito di riconoscenza ; nel tempo sono stato indotto a umanizzare quei miseri pezzi di legno fino a trasformarli nella metafora di una esistenza vissuta in condizioni di perenne, precaria provvisorietà, interamente trascorsa al servizio degli altri, sino alla fine”: così alla fine si racconta Massimo in un afflato di malinconico, soffermo spasimo, dell'animo e della mente.

  Nell'ultimissimo abbraccio al palazzetto di via Solferino, ho visto un Massimo (forse lui stesso immaginandosi tale) come il Totò di Nuovo Cinema Paradiso, quando tornato dopo decenni a Giancaldo non può fare a meno di riscoprire ciò che della sala cinematografica è rimasta, l'attimo prima della definitiva demolizione.
Se il film di Tornatore narra il cinema nel cinema, il libro di Massimo Assenza fotografa i sentimenti di un fotografo!

  E così quella saracinesca oltremodo offesa dalla ruggine si chiude alle spalle di Massimo per sempre, con sinistro stridore. Sarà per l'ultima volta, per lui e per i i tantissimi che per generazioni potranno raccontare che piede hanno messo in quella costruzione.

  È una accorata confessione quella di Massimo quando ci dice che del glorioso Studio Fotografico Assenza tracce di memoria di abbattimento di quelle mura che la ruspa cancellò, mai si è sforzato di ricordare.
“ Era quella la conclusione – scrive – di un ciclo, l'epilogo di una lunga parabola, il punto di caduta della freccia scoccata da uno sconosciuto arciere, tanto, tanto, tempo prima”.

  Inconsciamente - è sempre lui a sostenerlo, testuale - ne ha rimosso “ogni ricordo, ogni immagine, ogni testimonianza, forse per un senso di colpa, di rimorso, o la paura inconfessata di trovare, fra quelle macerie, parte di me stesso”.

  Noi crediamo invece che affatto, caro Massimo, quella storia – la vostra storia – si sia conclusa.
L'Epifania degli Assenza ritrattisti da tre secoli è destinata a vivere, scolpita come sappiamo nella tradizione e nel presente di questa Comunità a voi tanto grata, voi tutti Cemento di Memoria, Fortilizio del Paese che fu e che è in posa, per noi che abbiamo il piacere di conoscervi e onorarvi, e per coloro che domani di Voi continueranno a sapere.
Un motivo in più dunque, gentili concittadini intervenuti, di poter gustare il ritratto con inchiostro su carta che Massimo ha inteso donarci.

Grazie ancora

 

Intervento di  Emanuela Alfano

Buon pomeriggio, grazie al Comune che ci ospita a Grazia Dormiente e a Nicola Colombo, a tutti voi per essere qui. E grazie, soprattutto, a Massimo per avermi coinvolta in questa nuova sua avventura. Ho conosciuto Massimo nel 2011 quando a Spaziostrano, la galleria voluta dal Maestro Giuseppe Leone e dal sig. Di Pasquale a Ragusa, organizzammo la sua mostra Sbarchi.

L’amicizia e il rispetto reciproco che ha legato Massimo e il Maestro ha coinvolto come in una sorta di osmosi anche me e di questo ne sono grata.

Lavorando a lungo con il Maestro posso ben dire che avrebbe apprezzato il tuo libro e sarebbe stato felice di essere qui oggi a sostenerti e a promuovere quello che posso definire un atto creativo di bellezza, lui che era un amante e lettore famelico di libri.

Si sarebbe immerso nella lettura, ne avrebbe colto i tratti salienti e avrebbe apprezzato quel forte legame familiare che trapela da ogni pagina. Avrebbe condiviso con te quella necessità, quel bisogno di fermare il tempo, di scrivere la propria storia personale attraverso quel click, attraverso la luce, attraverso l’uso della materia argentica.

Riflettendo su quello che oggi avrebbe potuto essere un mio contributo nel descrivere questa tua opera, ho iniziato a riflettere su quel filo che inevitabilmente lega chi ama la fotografia e i libri. Ho pensato alla storia della fotografia, al nostro territorio e a quanto quest’ultimo influisca nella visione di un fotografo che vive e lavora in questa Sicilia ionica (come la definiva Bufalino).

Ho pensato alle pagine di questo libro dove le parole scorrono fluide, genuine, pure, sincere.

Appena ho aperto la busta che conteneva il libro, la prima cosa che ho osservato è stata la copertina: mi sono soffermata sul titolo, da li sono scaturite le prime suggestioni, il primo rimando sensoriale alla camera oscura, ai Sali d’argento, agli odori della fotografia chimica, quegli odori che Massimo ha vissuto fin da bambino. E poi la scelta dell’unica fotografia del libro in copertina con il mare, quel mare che tra le pagine del libro ritorna sempre, come punto di partenza e approdo, come punto fermo che negli occhi e nel cuore di chi lo vive giornalmente diventa l’essenza primigenia, l’ancora sicura.

Leggendo il libro di Massimo il primo pensiero è stata una considerazione sui libri, i quali offrono scorci di mondi, universi paralleli, destini che si incrociano e suscitano pagina dopo pagina emozioni, ricordi e suggestioni. Leggere La Luce nel Cassetto di Massimo Assenza, ha suscitato in me sicuramente delle connessioni, dei collegamenti il cui fil rouge è prima di tutto la fotografia, che è vista non come concetto astratto ma come mezzo di espressione, mezzo per raccontare la propria storia personale e familiare, come processo che, per chi vive immerso nella fotografia, ci accompagna quotidianamente e scandisce le fasi vitali che negli anni si susseguono.

La fotografia, quindi, può essere vista come un dispositivo che incapsula il tempo, permette di fissare un momento fugace e di riviverlo in un altro contesto. Questo aspetto della fotografia, come la ricerca del tempo perduto, ritrovato attraverso le parole di un Massimo ragazzino delle medie, si lega al tema centrale del libro.

Immergendomi tra le pagine si rivelavano ai miei occhi immagini, attimi e luci che mi hanno inevitabilmente riportato, in una connessione inattesa, “Alla ricerca del tempo perduto” di Proust.

Proust, infatti, introduce il concetto di memoria involontaria, cioè il concetto di un ricordo che nasce improvvisamente e intensamente, spesso legato a un oggetto, un profumo o un suono. La fotografia, in questo senso, diventa un catalizzatore di ricordi, un'immagine che può evocare un'emozione o un passato. In questo caso il leit motive, l’impulso che ha dato il via a questo recupero e riordino dei ricordi inabissati nel tempo sono stati i diari giovanili. Il libro stesso di per sé ha qualcosa del genere “biografico”, trattandosi di un racconto che va dall’infanzia del narratore fino al suo approdo alla scrittura.

Allo stesso modo di un libro, la fotografia è un oggetto, in quanto si tratta di qualcosa che viene prodotto e che possiamo tenere tra le mani, che ha un supporto materiale, ma che nello stesso tempo rimanda ad altro, rimanda al momento che è stato fissatosull’emulsione, così come fa la scrittura sulla carta.

Essendo rappresentazione di qualcosa la fotografia potrebbe essere definita come frutto di un’azione inserita nel flusso del tempo,si trasforma immediatamente nella rappresentazione di qualcosa che è stato.

Come dici tu stesso: “Ogni parola è un fotogramma, che evoca fatti, volti, emozioni, ravviva suoni e profumi, schiude inventari dove ritrovare, meticolosamente catalogati, oggetti, attrezzi, strumenti di lavoro appartenuti a un’epoca lontana”.

La sensazione leggendo il tuo libro è esattamente questa: di leggere delle istantanee fotografiche fatte di parole scritte non con la luce ma con la penna.

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